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Private Music: La decima vita dei Deftones

I Deftones tornano. E lo fanno con Private Music, il loro decimo album, uscito venerdì 22 agosto 2025. Una band che da oltre trent’anni si muove ai confini del nu metal, senza mai rimanerne intrappolata, ci regala oggi un disco che sembra cucito addosso al loro presente: feroce, fragile, sperimentale, ma sempre riconoscibile. È la prova di una trasformazione continua che non smette di sorprenderci.

L’apertura è affidata a My Mind’s Mountain, singolo già uscito a luglio e manifesto del disco. È tutto lì: riff pesanti che scavano, spazi aperti e ariosi che si dilatano, suggestioni industrial che tagliano come lame. Vecchio e nuovo si intrecciano, come se la band avesse distillato in quattro minuti l’essenza del proprio percorso. Un brano che, da solo, racconta quanto i Deftones siano ancora capaci di rielaborarsi senza perdere la propria identità.

Il viaggio prosegue con Locked Club, più serrata, quasi claustrofobica, giocata sui delay delle chitarre e su un respiro corto. Poi arriva Ecdysis, oscura e minacciosa, con un basso che pulsa in modo incessante, trascinando giù nell’oscurità. Ma non c’è tempo di restare fermi: Infinite Source apre una parentesi melodica, quasi un abbraccio malinconico. Le voci si intrecciano con dolcezza, i riff evocano atmosfere dei primi Duemila: un respiro, ma sempre con quel velo di inquietudine che i Deftones non abbandonano mai.

Da lì, l’equilibrio tra rabbia e delicatezza diventa il vero filo conduttore dell’album. Souvenir  resta aperta e melodica, ma più aggressiva della precedente. CXZ accelera i battiti: veloce, serrata, un pugno nello stomaco con voci arrabbiate e ritmo quasi ansioso. Subito dopo, I Think about you all the time ribalta di nuovo la tensione: dolce, eterea, ma resa piena dalle chitarre pesanti che avvolgono l’ascoltatore. È uno dei brani più intensi e maturi dell’intero lavoro.

Il cuore pulsante del disco si ritrova anche in Milk of the Madonna, che unisce velocità e rabbia a linee vocali distanti e ruvide. In Cut Hands la band osa: c’è un contrasto continuo tra dolcezza ed esplosioni rabbiose, con un ritornello che spalanca spazi inattesi, quasi in stile Tool. Poi arriva Metal Dream, che sprofonda nello shoegaze con energia travolgente, fino alla chiusura di Departing the Body, lenta e sospesa, che concede finalmente un attimo di respiro.

Se con White Pony (2000) i Deftones avevano ridefinito il genere e con Ohms (2020) avevano ritrovato la loro spinta più ruvida, oggi con Private Music ci mostrano una band che non ha più bisogno di conferme. Non cercano di piacere a tutti, non cercano scorciatoie. Offrono un lavoro che tiene insieme gli opposti: rabbia e dolcezza, malinconia e potenza, intimità e ferocia.

È un album vivo, intenso, che non si lascia ascoltare in sottofondo ma pretende attenzione. Un disco che restituisce i Deftones nella loro forma più vera: imperfetti, complessi, ma ancora indispensabili.

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