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Sanremo 2026: il Festival che ignora il Paese

Per decenni Sanremo ha avuto un ruolo preciso, non solo intrattenere, ma raccontare anche con cautela il Paese. Negli anni ’50 e ’60, con brani come “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, la musica parlava di libertà e aspirazioni collettive. Nel 1966, “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano raccontava il cambiamento urbano e la perdita di spazi naturali. Negli anni recenti, Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro reagiva al terrorismo europeo, mentre Soldi di Mahmood nel 2019, pur nascendo da una ferita privata, divenne simbolo di un’ Italia multiculturale in trasformazione.

Sanremo 2026 ha scelto la ritirata. Le canzoni parlano quasi esclusivamente di relazioni spezzate, nostalgia, fragilità e sentimenti individuali. Tutto ruota attorno all’“io”. Le testate generaliste, dai quotidiani alle rubriche culturali dei grandi network televisivi, si limitano ad accompagnare il rito: recensioni di performance, lacrime, standing ovation, outfit e strategie social. La politica italiana fatta di polarizzazioni, tensioni istituzionali, riforme divisive resta fuori. Il dibattito sulla precarietà, sui diritti, sulla crisi generazionale non trova spazio. La narrazione del Festival e quella del Paese reale procedono su binari separati.

Sanremo un tempo seguiva l’andamento culturale nazionale, assorbendo tensioni e contraddizioni. La televisione generalista di oggi celebra il conforto emotivo, perché il conflitto divide e l’audience è sacra. Meglio lacrime individuali che rabbia collettiva, meglio il cuore spezzato che la crisi del lavoro, meglio la ballad nostalgica che il dibattito politico

Nel resto del mondo il rock si confronta con la complessità: gli U2 nell’ultimo EP parlano di memoria collettiva e responsabilità storica, in War Child si intreccia musica e conflitto reale e gli Arctic Monkeys trasformano l’alienazione in estetica consapevole.

In Italia invece la funzione culturale del Festival sembra ridursi a consolare invece di interrogare, rassicurare invece di disturbare. Il cuore prende il posto del sistema e la televisione generalista applaude, raccontando il successo emotivo come se fosse abbastanza.

Mentre il Paese discute di riforme, identità, lavoro e diritti, il palco dell’Ariston continua a trasmettere un messaggio chiaro: il mondo esterno può aspettare, perché ciò che conta davvero è come mi sento quando mi lasci.

In un’Italia che corre, Sanremo 2026 ha scelto di rallentare. Questa prudenza mediatica, più della melodia o del testo, è il vero segnale di un’involuzione culturale sistematica e programmata. Flyby!

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