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Guccini, l’outsider che ha fatto della diversità una forma di libertà

«Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato, / spiacere è il mio piacere, / io amo essere odiato».

In questi versi diCiranoc’è forse una delle chiavi più limpide per entrare nel mondo di Francesco Guccini e, insieme, per parlare di qualcosa che va ben oltre il cantautore italiano: il valore, oggi quasi rivoluzionario, di non piacere a tutti, di non cercare continuamente l’approvazione degli altri, di non confondere il consenso con la verità e la popolarità con l’autenticità.

Francesco Guccini / Cirano. Anfiteatro Live, Cagliari 2004

Perché tutti ammiriamo chi è diverso, finché non tocca a noi esserlo. Finché la diversità appartiene all’artista, al poeta, al personaggio eccentrico che osserviamo da lontano, ci affascina e persino ci rassicura; quando invece siamo noi a trovarci fuori dal gruppo, quando la nostra idea non coincide con quella dominante, quando il nostro modo di vivere non assomiglia più a quello degli altri, quella stessa diversità può trasformarsi improvvisamente in una fonte di inquietudine.

E qui la ricerca neuroscientifica aiuta a comprendere qualcosa di profondamente umano: il bisogno di appartenenza non è una semplice debolezza individuale, ma un meccanismo radicato nel nostro modo di prendere decisioni e attribuire valore alle cose.Uno studio pubblicato nel 2009 su Neuron, attraverso la risonanza magnetica funzionale, ha mostrato che il conflitto tra il nostro giudizio e quello del gruppo produce una risposta neurale simile a un segnale di “errore di previsione” e che l’intensità di questa risposta può predire la successiva tendenza a conformarsi; in altre parole, quando scopriamo di pensarla diversamente dagli altri, il nostro cervello non vive necessariamente quella differenza come una conquista, ma può registrarla come qualcosa da correggere.
Non ci conformiamo, dunque, per “debolezza”: ci conformiamo anche perché appartenere è una forma di sicurezza che il nostro cervello ha imparato a riconoscere. Una consapevolezza che invece di assolverci, dovrebbe renderci più vigili in quanto se il conformismo è una risposta umana comprensibile, la libertà comincia forse proprio nel momento in cui impariamo a riconoscere quella risposta e a decidere che non sarà lei a scegliere per noi.

Oggi, viviamo immersi in un sistema che amplifica continuamente tale meccanismo: il consenso è diventato visibile, immediato, numerabile; lo misuriamo nei like, nelle visualizzazioni, nei commenti, nei trend, nelle opinioni che si propagano più velocemente e sembrano per questo acquistare automaticamente maggiore valore… con il rischio che, senza nemmeno rendercene conto, finiamo per desiderare ciò che viene desiderato, pensare ciò che viene pensato, dire ciò che sappiamo essere facilmente accettato, sostituendo alla domanda “Che cosa penso davvero?” quella – ben più rassicurante – “Che cosa ne pensano gli altri?”.

Ed è proprio qui cheFrancesco Guccinidiventa interessante, perché la sua figura sembra appartenere a un tempo nel quale l’artista poteva ancora permettersi di essere ingombrante, contraddittorio, ironico, colto, popolare e insieme irriducibile alle categorie del momento; soprattutto, poteva permettersi di non trasformare la propria identità in un prodotto da rendere continuamente più facilmente consumabile. La sua biografia ufficiale racconta un percorso nel quale la scrittura, la musica, la letteratura e la curiosità intellettuale procedono insieme, mentre la sua opera è attraversata da personaggi, storie e figure che spesso stanno ai margini, o che almeno guardano il mondo da una posizione laterale.
Non è casuale, allora, che Guccini abbia amato raccontare proprio gli outsider, gli irregolari, i visionari, i perdenti, gli uomini incapaci o semplicemente non disposti a coincidere con la parte più comoda del mondo.

Dopo la scomparsa, in molti si sono riuniti nella casa in cui Guccini ha vissuto per diversi anni (Via Paolo Fabbri 43, Bologna) per un ultimo saluto.
Foto di Giorgia Gallivagoni.

In un’intervista pubblicata sul suo sito ufficiale, nel parlare dei suoi personaggi, riconosce lui stesso una predilezione per quelli che definisce «Eroi solitari, destinati a una nobile sconfitta», citando Don Chisciotte, Cyrano e Che Guevara, e collegando questa sensibilità alla sua ammirazione per François Villon, il poeta maledetto del Quattrocento di cui si sono perse persino le tracce biografiche.

È una scelta che attraversa tutta la sua scrittura: il matto, l’emigrante, il pensionato, il vagabondo, l’idealista, il personaggio che sogna troppo, quello che crede ancora in qualcosa mentre gli altri hanno imparato a non crederci più. In Il matto, per esempio, la diversità non viene presentata come una semplice stranezza, ma diventa quasi un modo alternativo di stare dentro una tragedia: «Mi dicevano il matto perché prendevo la vita da giullare, da pazzo», e quella che agli occhi degli altri appare come follia diventa invece una forma di libertà, quasi una capacità disopportare l’assurdità dell’esistenza senza lasciarsene schiacciare.

È un’idea che ha radici antiche e che Guccini, forse inconsapevolmente o forse no, sembra raccogliere dalla grande tradizione letteraria dell’outsider: viene immediatamente in menteShakespeare, soprattuttoAs You Like It,dove il buffone Touchstone e ilmotley foolincontrato da Jaques possiedono una libertà che gli uomini considerati saggi sembrano avere perduto. Jaques, dopo aver ascoltato quel folle parlare del tempo, della fortuna e della vita con una lucidità apparentemente assurda, arriva a esclamare «O noble fool! A worthy fool!», fino a desiderare egli stesso di poter indossare l’abito del buffone; e poco dopo Touchstone rovescia definitivamente la gerarchia tra follia e saggezza con una frase che sembra scritta apposta per questo discorso: «The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool».

Ilfolle, non è semplicemente colui che non comprende la vita ma può essere, al contrario, colui che non sente il bisogno ditrasformarla continuamentein una teoria, che riesce a guardarla con ironia, a riderne, a smontarne le presunte certezze e proprio per questo a raggiungere una forma di verità che il filosofo troppo impegnato a spiegare il mondo rischia di perdere.
È forse anche questa la forza del matto gucciniano: non la sapienza di chi ha trovato tutte le risposte, ma la libertà di chi, proprio perché è rimasto ai margini delle risposte degli altri, può ancora guardare la vita con occhi propri.

“Don Chisciotte” – ( Francesco Guccini )


E poi c’è Don Chisciotte, che forse è uno dei simboli più perfetti di questa poetica: l’uomo che vede ciò che gli altri non vedono, colui che combatte battaglie considerate assurde, che preferisce l’illusione capace di aprire «nuovi occhi» alla realtà quando la realtà diventa soltanto rassegnazione. Nel testogucciniano, Don Chisciotte arriva persino a dire: «Ormai oggi me ne frego», perché l’apparenza delle cose non gli basta più e l’immaginazione diventa uno strumento pertrasformare la realtà e accendere i sentimenti.

L’outsiderallora non è necessariamente colui che vuole essere diverso macolui che non riesce (o non vuole) rinunciarea vederele cose a modo proprio; e proprio per questo, può diventarecreativo. La creatività autentica, infatti, non nasce necessariamente dal desiderio di produrre qualcosa di nuovo, ma dalla necessità di essere fedeli a qualcosa che dentro di noi insiste e che non possiamo eliminare soltanto perché non è immediatamente comprensibile agli altri. C’è una grande differenzatra cercare di essere originali(che può diventare facilmente una posa) ed esserese stessi fino in fondo, anche quando questo comporta di apparire strani, scomodi o fuori tempo.

È questo il punto nel quale Guccini incontra idealmente anche il lavoro diAlfredo Accatino e il suo interesse per gliOutsiders, per quelle figure creative che la storia ufficiale ha lasciato ai margini proprio perché difficili da classificare, da incasellare, da ricondurre a un modello. Il valore di quel progetto sta nel rovesciamento dello sguardo dove invece di cercare la creatività soltanto nei luoghi consacrati, nei nomi già riconosciuti, nelle traiettorie considerate vincenti, andare a cercarla proprio dove qualcosa non ha funzionato secondo le regole previste. È una prospettiva che si accorda perfettamente con una delle intuizioni più profonde che possiamo ricavare da Guccini: la diversità non è necessariamente un difetto di adattamento ma qualche volta è ciò che impedisce all’adattamento di diventare conformismo.
E allora torna quella frase di Cirano, così apparentemente provocatoria e invece così seria: «Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato». Non va naturalmente letta come un elogio dell’antipatia, né come il gusto infantile di andare controcorrente per il solo gusto di farlo; il suo significato più interessante è un altro: la possibilità di non misurare il proprio valore esclusivamente attraverso lo sguardo altrui.

Non piacere può diventare una forma di libertà quando smettiamo di considerarlo una prova del nostro fallimento.
Perché una persona che vuole piacere a tutti è costretta, inevitabilmente, a diventare molte persone diverse, una per ogni sguardo che incontra. Chi invece accetta di poter deludere qualcuno, di poter essere frainteso, persino di poter essere rifiutato, acquista la possibilità di rimanere una persona sola, riconoscibile, coerente con se stessa…e forse è proprio lì che comincia la creatività: nel momento in cui non dobbiamo più correggere ogni nostra “stranezza” prima ancora di averle dato la possibilità di diventare qualcosa.
Guccini, in questo senso, non è soltanto l’autore che ha raccontato gli outsider: è uno degli autori che ci ha insegnato a guardarli senza volerli normalizzare. Ha dato dignità narrativa a persone che spesso, nella vita reale, vengono liquidate con una parola – matto, fallito, sognatore, vecchio, diverso – e ha mostrato che proprio dentro quelle esistenze apparentemente marginali può nascondersi una verità che il centro non riesce più a vedere.
La sua opera ufficiale è una lunga galleria di personaggi, luoghi, memorie e voci che restituiscono alla diversità non soltanto il diritto di esistere, ma quello, molto più importante, di parlare.

Una lezione sorprendentemente attuale perché in un mondo nel quale tutti hanno la possibilità di essere visibili, diventa sempre più difficile essere veramente se stessi. La visibilità non coincide con l’identità, il consenso non coincide con la verità, la popolarità non coincide con il valore; e se il nostro cervello tende spontaneamente a cercare nel gruppo una conferma di ciò che dobbiamo apprezzare, pensare o desiderare, allora la libertà richiede anche un esercizio quotidiano di disobbedienza interiore, la capacità di fermarsi davanti a ciò che tutti stanno applaudendo e domandarsi, semplicemente, se noi lo sentiamo davvero. Laricerca neuroscientificasulla conformità ci mostra quanto sia potente il richiamo del gruppo; Guccini, con una vita intera di parole, personaggi e canzoni, sembra ricordarci quantosia necessario non lasciargli l’ultima parola.

Larivoluzione, allora, non è necessariamente gridare più forte degli altri, né costruirsi un’identità artificiosamente ribelle, né fare della diversità un nuovo conformismo. La rivoluzione può essere qualcosa di molto più silenzioso e molto più difficile: vivere senza chiedere continuamente al mondo il permesso di essere ciò che siamo. È il motivo per cui la celebre frase attribuita a Camus – secondo cui, in un mondo dispotico, l’unica vera rivoluzione sarebbe rendere la propria vita un atto rivoluzionario – è così suggestiva in questo discorso, anche se sarebbe scorretto presentarla come una citazione autentica di Camus senza una fonte primaria certa. Il pensiero della rivolta camusiana, però, resta vicino a questa intuizione: la ribellione più profonda non consiste nel sostituire un dogma con un altro, ma nel difendere la libertà dell’individuo contro tutto ciò che pretende di cancellarne la singolarità.

Dopo la scomparsa, in molti si sono riuniti nella casa in cui Guccini ha vissuto per diversi anni (Via Paolo Fabbri 43, Bologna) per un ultimo saluto.
Foto di Giorgia Gallivagoni.

E proprio questa l’ostinata rivoluzione che Guccini ci consegna:non cercare il posto nel quale tutti ti vogliono, ma trovare il coraggio di abitare il posto nel quale puoi essere veramente te stesso. Perché non dobbiamo necessariamente essere diversi per essere originali, e non dobbiamo nemmeno ostentarci diversi per sentirci liberi. La soluzione sarebbe smettere di considerare ogni differenza come qualcosa da correggere. A volte lo spigolo che cerchiamo di limare è proprio quello che rende riconoscibile la nostra voce e la cosiddetta stranezza che nascondiamo è il punto da cui potrebbe nascere un’idea. A volte ciò che ci fa sentire esclusi è esattamente ciò che ci permette di vedere qualcosa che gli altri, tutti insieme, non stanno più guardando. Non piacere a tutti, allora, non è il contrario dell’essere autentici: qualche volta è il primo segno che lo siamo diventati.
E l’outsider non è colui che è rimasto fuori dal mondo ma colui che, restando un poco fuori dal coro, riesce ancora a “sentire” davvero.

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