Ogni epoca ha avuto la propria rivoluzione tecnologica, così come ogni rivoluzione ha portato con sé entusiasmo, diffidenza, promesse e timori. La fotografia sembrò decretare la fine della pittura, il cinema quella del teatro, i sintetizzatori quella della musica “vera”. Oggi, è il turno dell’intelligenza artificiale.
Osservando il dibattito con un po’ di distanza viene da chiedersi se il centro della discussione sia davvero la tecnologia… o se, ancora una volta, tali temi possano rappresentare un pretesto per tornare a interrogarci su una domanda molto antica: che cosa rende autentico un atto creativo?

La storia ci insegna da sempre quanto i mezzi di espressione umana cambino, gli strumenti evolvano (alle volte spaventando la comunità umana, altre volte rendendola entusiasta) ma certo è che con ogni novità si creino fervidi dibattiti. La vera esplorazione potrebbe però partire da una domanda differente: il reale protagonista su cui mettere il focus è lo strumento o chi lo impugna?
La riflessione sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel settore creativo – e più specificiatamente nel mondo musicale – è nata insieme al lancio di un nuovo strumento che sta tanto rivoluzionando, quanto spaventando, quanto sorprendendo. Tra le voci più interessanti degli ultimi anni c’è quella di Jean- Michel Jarre, pioniere della musica elettronica, il quale conosce bene cosa significhi vedere una nuova tecnologia accolta con sospetto – ma allo stesso tempo sa bene cosa voglia dire creare in modo spontaneo – .

Le sue parole hanno il pregio di spostare immediatamente il fuoco della questione:
«Non dovremmo fare confusione tra lo strumento e il suo uso. Tutti gli strumenti sono neutrali: dipende da come li usi. Le persone malvagie esistevano prima dell’elettricità ed esisteranno dopo. L’IA in sé non è sbagliata. Oggi è un po’ come il Far West: servono regole.»
È un’affermazione apparentemente semplice, ma che contiene un principio antico: la neutralità dello strumento.
Allo stesso modo nemmeno un modello di intelligenza artificiale possiede, di per sé, intenzioni, valori o responsabilità. Tutto ciò appartiene ancora all’essere umano, ma è forse ciò che i grandi pensatori e letterati del secolo scorso criticavano il vero problema: la meccanizzazione dello spirito umano.
Se un animo meccanizzato utilizza uno strumento, il risultato sembra artificiale e risulta dunque “semplice” attribuire allo strumento la creatività, per quanto esso sia neutrale.

Quando Jarre iniziò a sperimentare con sintetizzatori e sequencer, anche quella musica veniva accusata di essere fredda, artificiale, priva di anima…invece oggi quasi nessuno si permetterebbe di mettere in dubbio il valore artistico di quelle opere; e non perché gli strumenti siano cambiati, ma perché abbiamo imparato a distinguere il mezzo dalla persona che lo utilizza.
La riflessione allora è bene parta da una consapevolezza: èl’opera a nascere prima dello strumento.
A dirlo in maniera chiara e animosa fin dagli inizi di certi dibattiti è stata Björk, artista che da sempre vive la tecnologia non come antagonista della creatività, ma come suo possibile linguaggio.

Già molti anni fa, rispondendo a chi definiva la musica elettronica “senza anima”, osservò:
«Se non c’è anima nella musica elettronica, è perché nessuno ce l’ha messa.»
È una frase che si potrebbe dunque adattare anche all’uso dell’intelligenza artificiale? Negli interventi più recenti, Björk ha ribadito un concetto analogo: il computer non è chiamato a sostituire la sensibilità umana. Può diventare uno strumento, anche sofisticato, ma ciò che rende significativa un’opera continua a dipendere dalla presenza di una persona che sceglie, orienta, rinuncia, immagina. In altre parole, l’autenticità non risiede nel mezzo, bensì nell’intenzione.

È un’idea affascinante perché sposta completamente la prospettiva e dona maggiore profondità a parole spesso sentite e risentite, dettate dall’influenza di osservazione superficiali e dibattiti pubblici alle volte troppo sterili. Motivo per cui ascoltare e raccogliere opinioni di chi l’arte ha dimostrato viverla con il cuore e con estremo rispetto, forse diviene più importante che l’opinione pubblica ingigantita dai media.
Quando ascoltiamo una canzone che ci commuove difficilmente ci emozioniamo pensando al microfono utilizzato, al software con cui è stata prodotta o all’algoritmo che ha suggerito una progressione armonica. Quello che percepiamo è qualcosa di meno tangibile: una coerenza, una verità, la sensazione che qualcuno abbia affidato a quell’opera una parte della propria esperienza. Come se ogni scelta lasciasse una traccia invisibile e come se l’intenzione iniziale finisse, in qualche modo, per impregnare il risultato finale.

Ed è forse proprio questa qualità che continuiamo a riconoscere quando definiamo un’opera “autentica”.
Vero è che l’intelligenza artificiale introduce una domanda ulteriore: se un algoritmo fosse capace di produrre un brano indistinguibile da quello scritto da un compositore, cosa starebbe realmente cambiando? Il valore dell’opera? Oppure il modo in cui attribuiamo valore all’opera? La questione diventa quasi di matrice filosofica.
Attribuiamo importanza alla musica soltanto per ciò che ascoltiamo oppure anche perché sappiamo che qualcuno ha vissuto, sofferto, sperato o immaginato ciò che quella musica racconta?
L’emozione nasce esclusivamente dal suono oppure anche dalla relazione che instauriamo con chi lo ha generato? Probabilmente non esiste una risposta definitiva, ma è significativo che sia proprio l’intelligenza artificiale a costringerci a porci queste domande.

Nessuno crea davvero dal nulla
Esiste poi un’altra osservazione che rende il dibattito ancora più interessante.
Ogni artista costruisce il proprio linguaggio a partire da ciò che ha incontrato lungo il cammino. Libri, concerti, paesaggi, incontri, influenze, errori. Nessuna opera nasce in un vuoto assoluto ed è sicuramente influenzata dal livello di profondità e dall’ allenamento alla sensibilità.
Anche l’essere umano apprende osservando, ascoltando e trasformando e sceglie se aprirsi o meno a delle sensazioni e quanto allenarsi purché queste possano divenire altro.
Naturalmente questo non significa equiparare il funzionamento di un modello di IA all’esperienza umana in quanto una rete neurale elabora dati, una persona attribuisce significato alle esperienze vissute. Ed è proprio questa differenza che ci aiuta a comprendere dove continuiamo a collocare l’essenza della creatività: non tanto nell’atto di rielaborare informazioni, quanto nella capacità di dare loro un senso.

Più che di un problema tecnologico, si parla di una questione culturale perché accanto alle riflessioni filosofiche esistono naturalmente questioni molto concrete: chi tutela gli artisti le cui opere vengono utilizzate per addestrare i modelli? E come devono essere riconosciuti i diritti d’autore? Quale trasparenza è dovuta al pubblico quando un brano è stato realizzato con l’aiuto dell’IA?
Ancora una volta allora lasocietà dei consumicidistraee ci condiziona creando dibattiti nulli purché possiamo evitare di domandarci le questioni giuste e dunque dimostrarci esseri pensanti e, quindi, potenzialmentedisturbanti. Chi si domanda al di fuori dei condizionamenti sociali mette in dubbio i pensieri “pop”, creando potenziale apertura mentale che ha sempre conseguenze nel mondo pratico.

Su questi aspetti anche Jarre è molto chiaro: la tecnologia non va demonizzata, ma regolata. Per discutere di un qualcosa bisogna anzitutto pensare, non lasciarsi trascinare dal facile exploit di un qualche pensiero indotto. Così come la rivoluzione industriale ha imposto nuove norme sul lavoro e sulla proprietà, anche l’intelligenza artificiale richiede un quadro etico e giuridico capace di proteggere la creatività senza soffocare l’innovazione – e se si continua a parlare senza un pensiero critico, il problema sarà proprio sul piano etico -.
Non è il Far West tecnologico a doverci spaventare, quanto l’assenza di regole condivise e dunque forse il dibattito parla soprattutto di noi: alla fine, più si ascoltano artisti, filosofi e ricercatori, più emerge una sensazione curiosa, parliamo continuamente di algoritmi, reti neurali e modelli generativi ma le domande che continuano ad affiorare riguardano tutt’altro.
Che cos’è una scelta? Che cos’è un’intenzione? Perché riconosciamo autenticità in alcune opere e non in altre? Che cosa significa, davvero, creare?
Forse l’intelligenza artificiale non sta ridefinendo soltanto il futuro della musica ma – per chi ne ha il coraggio – potrebbe diventare uno specchio attraverso cui osservare ciò che abbiamo sempre considerato esclusivamente umano.

Ed è qui che le riflessioni di Jean-Michel Jarre e Björk sembrano incontrarsi: il primo ci ricorda che nessuno strumento possiede una morale, ma siamo noi a decidere come utilizzarlo. La seconda suggerisce che nessuno strumento contiene autenticità: è l’artista a conferirgliela, attraverso lasinceritàdel proprio gesto creativo. Due prospettive diverse, ma profondamente complementari. Allora la vera domanda non è se un’intelligenza artificiale possa mai fare arte ma se mai torneremo a essere in grado di pensare con mente e cuore connessi, capendo che il valore di un’opera non nasce soltanto dalla sua perfezione tecnica, ma dallaveritàcon cui qualcuno ha scelto di darle forma.

I pensieri intrusivi e i dibattiti imposti dal pensiero comune distolgono realmente l’essere umano dal proprio pensiero critico rendendolo indifeso e vittima di un sistema che cerca di controllare, più che rendere migliore l’esistenza. Allora non è tanto l’IA a rappresentare la fine della creatività, l’IA è semplicemente un nuovo strumento. La vera domanda è come una società dimostratasi ormai da tempo quasi distopica – come vivessimo in un vero e proprio Matrix – possa sfruttare l’IA per spegnere ancora di più la creatività disinteressata – che ricordiamo essere un bisogno atavico umano – per rendere vendibile e commerciabile velocemente un qualcosa che forse non è più “arte” se punta ad arrivare invece che a creare.
Forse, allora, il vero dibattito non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia un bene o un male. Il vero dibattito è decidere quale idea di essere umano vogliamo custodire nel futuro. Perché ogni strumento che la storia ci consegna dovrebbe aiutarci a diventare più umani, non semplicemente più efficienti. Se il progresso non ci restituisce tempo per vivere, sentire, creare, amare e comprendere più profondamente noi stessi, allora non stiamo perdendo contro una macchina: stiamo dimenticando il senso stesso per cui gli strumenti sono sempre esistiti. E forse la domanda più urgente non è che cosa sarà capace di fare l’intelligenza artificiale, ma che cosa sceglieremo ancora di fare noi, con la nostra coscienza, con la nostra sensibilità e con quella parte irriducibile dell’essere umano che nessuna tecnologia dovrebbe mai sostituire.
