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Dalle rovine al futuro: Ruins di TVAM

Gente! Mentre in Italia continua a impazzare la nostalgia musicale, culturale e politica in altri paesi del globo terraqueo qualcuno prova ancora a fare ciò che una società moderna dovrebbe fare: guardare avanti. Non significa cancellare il passato, ma usarlo come materia viva per costruire qualcosa di nuovo. È una differenza sottile ma fondamentale. Nel Regno Unito artisti come Joseph Oxley, mente dietro TVAM, sembrano averlo capito bene. Il suo nuovo album, Ruins, è l’esempio perfetto di questa tensione tra memoria e futuro. Non è nostalgia, non è revival, è archeologia sonora trasformata in visione.

Il punto è proprio questo, in gran parte del mondo il passato viene studiato, smontato, ricombinato. Diventa materiale creativo. In Italia invece il passato spesso diventa un rifugio. Lo si idolatra, lo si ripete, lo si trasforma in format permanente.

Basta ascoltare Ruins. Oxley prende strumenti e sonorità che arrivano dagli anni Ottanta e Novanta, sintetizzatori analogici, chitarre psichedeliche, drum machine vintage ma li usa per costruire qualcosa che suona profondamente contemporaneo. Brani come The Words o Powder Blue non sono esercizi di stile nostalgico, sono architetture sonore che si muovono tra elettronica, post-punk e shoegaze con una libertà rara.

Il titolo Ruins è perfetto. Le rovine non sono soltanto ciò che resta del passato, sono la materia prima del futuro.

Ed è qui che il discorso esce dalla musica e diventa inevitabilmente politico e culturale perché mentre il mondo discute di innovazione, transizione energetica, intelligenza artificiale e nuovi modelli sociali, in Italia spesso il dibattito pubblico sembra bloccato in un eterno presente fatto di polemiche sterili. Si parla di riforme procedurali, di scontri istituzionali, di nostalgie identitarie, mentre una generazione intera di studenti e ricercatori continua a fare le valigie.

Il risultato è un paradosso, un paese pieno di talento che però esporta le proprie energie migliori perché non sa immaginare un futuro abbastanza grande da contenerle.

La musica riflette tutto questo, non perché i musicisti debbano fare politica, ma perché la creatività vive nello stesso clima culturale in cui vive la società. Dove c’è curiosità nascono nuove scene musicali. Dove domina la paura del cambiamento si ripetono sempre gli stessi modelli.

Ruins sembra arrivare proprio da quell’altro tipo di ecosistema, uno spazio dove sperimentare non è un rischio ma una necessità. Le tracce scorrono come paesaggi urbani notturni, pieni di synth pulsanti, ritmi ipnotici e chitarre che si dissolvono in riverberi profondi. È musica che non cerca il comfort dell’immediato, ma costruisce atmosfere, tensioni, visioni. In altre parole musica che prova a immaginare il domani.

Questo il vero contrasto che emerge ascoltando il disco. Non tra Italia e Regno Unito, non tra generi musicali, ma tra due atteggiamenti culturali, da una parte la ripetizione rassicurante di ciò che già conosciamo, dall’altra il rischio di inventare qualcosa che ancora non esiste. Le rovine, appunto.

Perché il passato può essere una cattedrale da venerare oppure un cantiere da cui partire e ascoltando Ruins, la sensazione è che qualcuno abbia scelto chiaramente la seconda strada. Flyby!

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