Mentre in Italia si riempiono le bacheche con il ritorno stra magnifico e super esaltante di Marracash sul palco insieme a Elodie, oltreoceano succede ancora qualcosa che a che fare con il significato vero della musica. Al Coachella, The Strokes chiudono il set con un video che denuncia apertamente la politica estera americana. Nessuna metafora, nessuna prudenza, solo immagini e accuse proiettate live durante la canzone Oblivius.

Ed è qui che si misura la distanza non solo tra artisti, ma tra massimi sistemi. In Italia di questa cosa non troverete traccia nei giornaloni, né nei grandi portali, silenzio assoluto. Nel resto del mondo, tra testate musicali, media generalisti e radio, è stato uno dei temi centrali. Qui no, qui si preferisce restare allineati e innocui.

Da una parte intrattenimento confezionato, dall’altra artisti che scelgono di esporsi, rischiando consenso e carriera. Non è questione di essere d’accordo o meno, il rock quello vero nasce per disturbare, per mettere in crisi, per aprire crepe.
Negli Stati Uniti, udite udite, la scena continua a usare il palco come spazio politico. In Italia, troppo spesso, il palco è solo una vetrina. Gli artisti “comodi” esistono perché esiste un sistema che li premia, niente attrito solo narrazione controllata.

Quello che hanno fatto gli Strokes non è eroismo è il minimo sindacale di una forma d’arte che dovrebbe ancora avere qualcosa da dire. Il problema è che qui da noi quel minimo è diventato un’eccezione e forse è proprio per questo che nessuno ne parla. Diamoci una svegliata, cazzo! Flyby!