C’è un momento preciso in cui capisci che stai invecchiando: quando smetti di dormire in tenda per sentire la musica e cominci a prenotare hotel. L’Italia, in questo senso, non ha mai avuto negli ultimi anni l’occasione di scegliere. Perché un festival vero, quello in cui arrivi il venerdì con lo zaino e te ne vai la domenica con i capelli ancora odorosi di fumo e erba bagnata, raramente l’abbiamo mai avuto.
Abbiamo gli I-Days. Che non è poco, anzi, sulla carta è moltissimo. Il 25 giugno arrivano i Maroon 5, poi i Foo Fighters il 5 luglio, e il giorno dopo i System Of A Down con i Queens Of The Stone Age e gli Acid Bath, tornati sui palchi dopo quasi trent’anni di silenzio. In mezzo, David Guetta e A$AP Rocky a settembre. Tutto tra l’Ippodromo SNAI San Siro e La Maura, tutto con biglietti separati, tutto perfettamente organizzato. Tutto un po’ troppo ordinato.
Il problema degli I-Days non è quello che sono. È quello che non sono ancora. Dal 1999 la rassegna porta in Italia i nomi più grandi della musica mondiale con una costanza ammirevole. Ma Glastonbury non è una rassegna. Il Primavera Sound non è una rassegna. Il Roskilde non è una rassegna. Sono mondi temporanei dove la musica è il pretesto e la vita in comune è il vero spettacolo. Sono posti dove ci si perde e ci si ritrova, dove si ascolta un artista sconosciuto alle undici di mattina e ci si ricorda di lui per vent’anni. Qui, finito il concerto, si torna a casa in metropolitana.
Non è colpa di nessuno, o forse è colpa di tutti. Del clima che dovrebbe favorirci e invece spaventa gli organizzatori. Della burocrazia. Di un pubblico che forse non ha ancora deciso se vuole davvero sporcarsi le scarpe. Intanto, ogni estate, migliaia di italiani prendono l’aereo per Barcellona, per Londra, per Copenhagen e tornano con quella strana malinconia di chi ha vissuto qualcosa che a casa non esiste.
Gli I-Days 2026 saranno probabilmente bellissimi. Ci si andrà, si canterà, si tornerà a casa soddisfatti ma quella tenda nello zaino continuerà ad aspettare.
