
Guardatela, la Treacle Live Session. Niente palco, niente folla: solo Megan Pollock e Desmond Johnston in una stanza di Glasgow e una telecamera. PartePunched in the Heade nei primi dieci secondi ti convinci che a questi due non importi niente di niente. Errore. Ogni colpo di basso, ogni sguardo storto, ogni parola sputata cade esatta dove deve cadere. Il trucco deiCowboy Huntersè tutto qui: un punk che la rabbia non la recita, la vive nelle viscere, e te la serve con una sciatteria che a guardarla da vicino è cura ossessiva. Sembra musica senza bussola, roba da chiusura di un pub. Invece una direzione ce l’ha, precisa, solo che se la tengono nascosta sotto la battuta e il riff che poi non ti molla più.
I Cowboy Hunters, che tra loro si chiamano affettuosamente “the Chunters”, sono Megan Pollock e Desmond Johnston, conosciutisi tra i corridoi della Napier University di Edimburgo e approdati a Glasgow con un progetto che sulla carta non dovrebbe funzionare. Prendete i riff del doom metal, quelle colate di catrame che di solito impongono al pubblico un headbanging solenne e rallentato, e accelerateli fino a farli sanguinare. Non per fare i duri: per far ballare. È qui che sta l’intuizione, semplice e sovversiva. Desmond viene proprio da quel mondo, una band doom, poi sciolta come tante, e invece di piangere sul riff morto ne ha rubato il peso per infilarlo dentro una struttura da rave. Il risultato è un ibrido che i giornali inglesi hanno già battezzato “rave-rock”, ma l’etichetta è comoda e un po’ pigra. La verità è che i Cowboy Hunters suonano come una festa che sa di essere l’ultima.
Non è un modo di dire. “Il mondo sta finendo, e noi diamo una festa” è più o meno la loro dichiarazione d’intenti, e va presa sul serio proprio perché la mascherano da scemenza. Ascoltate i titoli,Have a Pint,Money for Drugs, e quelShag Slags Not Flagsche è insieme uno slogan da bagno di pub e una presa di posizione politica travestita da battuta. Megan lo dice apertamente: usano la mitologia e l’umorismo come camuffamento, “quasi ingannando la gente e facendole ascoltare musica che ha qualcosa da dire, facendola sembrare stupida”. È una vecchia strategia, dal punk in giù, la risata è sempre stata il cavallo di Troia più efficace per far entrare un’idea scomoda, ma pochi oggi la maneggiano con questa naturalezza. La stupidità dei Cowboy Hunters è finemente calcolata. Sotto la superficie da meme c’è del nichilismo lucido, e sotto il nichilismo, paradossalmente, una gran voglia di stare insieme.
Dal vivo è dove tutto questo prende fuoco, letteralmente, a giudicare dalle cronache che parlano di “incendiary live shows”. Alex Kapranos dei Franz Ferdinand, uno che a Glasgow di band ne ha viste passare a decine, li ha definiti senza mezzi termini la band più cool della città in questo momento. Non è un endorsement da poco, e non è arrivato dal nulla: i Cowboy Hunters si sono già guadagnati gli slot di supporto a mostri sacri dell’agitazione sonora come gli Sleaford Mods e i Bob Vylan, e hanno diviso il palco con le Witch Fever. In mezzo, un’EP dal titolo impronunciabile e programmaticamente infantile,EPEEPEE, cinque tracce, e un percorso che li ha portati dai sudati Sneaky Pete’s di Edimburgo e King Tut’s di Glasgow fino al Left of the Dial di Rotterdam, con The Great Escape, il 2000 Trees e il Supersonic di Parigi già segnati in calendario.

Quello che colpisce, guardandoli muoversi, è quanto siano padroni della propria contraddizione. Sono una band che ha aperto un fan club su OnlyFans, gesto che è insieme provocazione, marketing e commento su cosa significhi oggi “sostenere” un artista, e allo stesso tempo scrive canzoni che, sotto la vernice goliardica, parlano di dipendenze, di soldi che non bastano, di un futuro che nessuno garantisce più. È esattamente il tipo di tensione che rende una band giovane interessante: non hanno ancora scelto tra il gesto e il significato, e finché non sceglieranno, se mai lo faranno, resteranno imprevedibili.
Vale la pena inquadrarli anche in un contesto più ampio. Non arrivano isolati: fanno parte di un’ondata scozzese che comprende nomi come Brògeal e Soapbox, una scena che sembra aver ritrovato il gusto per il concerto come evento fisico, comunitario, un po’ fuori controllo. In un momento in cui tanta musica nuova nasce e muore dentro le cuffie, dentro l’algoritmo, i Cowboy Hunters ricordano una verità antica e scomoda: certe band esistono davvero solo in una stanza piena di gente sudata. Il disco è la cartolina; il concerto è il viaggio. Chi vuole partire dalle fondamenta trova suBandcampl’intera discografia, inclusa la primissima uscitaREPEATING.

La domanda, come sempre con gli esordienti folgoranti, è cosa succede dopo. Il rischio del duo che vive di energia e ironia è che l’energia si consumi e l’ironia diventi maniera. Ma c’è qualcosa nella loro intelligenza, nel modo in cui costruiscono la stupidità invece di caderci dentro, che suggerisce margini di crescita più ampi di quanto i titoli da bagno di pub lascino intuire. Per ora, godetevi la festa. Fatevi ingannare dalla scemenza, e lasciate che la scemenza vi dica qualcosa di vero. Il mondo, del resto, sta finendo comunque: tanto vale ballarci sopra in un doom metal accelerato del venti per cento.
Dove ascoltarli / seguirli
- Spotify (profilo artista):https://open.spotify.com/artist/5GSSYBJxAbpSyj2w2vr5Cp
- Spotify — EPEPEEPEE:https://open.spotify.com/album/5kGeuPe1mpRNK0E9YswheJ
- Spotify — playlist “songs 2 hunt cowboys 2”:https://open.spotify.com/playlist/3uDMNcj07MbJ9JG3TxZNTB
- Spotify — playlist “discockgraphy”:https://open.spotify.com/playlist/5EgcHolyR6oSgg93iyAqJG
- Bandcamp:https://cowboyhunters.bandcamp.com/music
- SoundCloud —Money for Drugs:https://soundcloud.com/cowboyhunters/money-for-drugs
- Apple Music:https://music.apple.com/us/artist/cowboy-hunters/1642494064
- Video live (YouTube):https://www.youtube.com/watch?v=j7pkFQBTYRQ
