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La denuncia di Erykah Badu: conoscere e riconoscere, il Matilda Effect

C’è un fenomeno curioso che attraversa la storia della cultura e che – proprio perché non nasce sempre da una precisa intenzione maligna ovvero dalla volontà esplicita di escludere qualcuno – è forse ancora più difficile da riconoscere e da smascherare, nella suaquotidianità.

Fonte: The Matilda effect, Fighting for women’s recognition in science

Quando il contributo di una persona finisce lentamente sullo sfondo, mentre quello di un’altra per ragioni di prestigio o di reputazione o per semplice abitudine sedimentata negli anni, viene assunto come principale e fondativo, allora parliamo diMatilda Effect.L’espressione è stata coniata nel 1993 dalla storica della scienzaMargaret W Rossiterper dare un nome (e un riconoscimento) alla tendenza a minimizzare – o a cancellare del tutto – il contributo delle donne alla ricerca, attribuendone il merito ai colleghi uomini. 

IlMatilda Effectprende il suo nome dalla suffragistaMatilda Joslyn Gage, la quale già nel 1870 aveva denunciato la cancellazione delle donne inventrici dalla memoria collettiva. IlMatilda Effectnon è soltanto un errore di attribuzione ma è unavera e propria denunciache permette di mettere in evidenza un modo di fare non paritario (e strutturale) che non riguarda solo il mondo della scienza.

Ariportarlo al centro dell’attenzionenelle sue ultime riflessioni è stata Erykah Badu, e non è affatto casuale che lo abbia fatto parlando del suo nuovo lavoro con The Alchemist, ovveroBefore the World Blows / The Abi and Alan Experiment.Un progetto attesissimo arrivato dopo undici anni dall’ultimo mixtape e sedici dall’ultimo album ufficiale in studio dell’artista e che rappresenta un nuovo capitolo nella storia di una musicista. 

Erykah Badu and The Alchemist: Naming the New Album, Past Tour, and Collaboration | The Ebro Show

La Badu considera da sempre laproduzionenon come una semplice fase tecnica successiva alla scrittura, ma comeparte integrantedel proprio linguaggio artistico come estensione stessa del corpo e del pensiero. Il punto sollevato da Erykah Badu è “semplice” solo in apparenza, perché The Alchemist è uno dei produttori più riconoscibili e rispettati della musica contemporanea e questo, inevitabilmente, produce una percezione immediata e quasi automatica secondo cui se una canzone nasce da una sua produzione, è naturale pensare che tutto ciò che ascoltiamo nella costruzione sonora gli appartenga interamente.

Il processo raccontato dalla Badu è però molto più articolato, intimo efemminile. Femminile nel senso più alto e generativo del termine, perché le basi sono state  portate da The Alchemist e poi ascoltate e selezionate da lei. Da quel momento è cominciato un lavoro di trasformazione radicale nel quale Badu ha costruito arrangiamenti e ha suonato tastiere e sintetizzatori, lavorando su basso,  percussioni, programmazione ed effetti coinvolgendo musicisti e tecnici della sua cerchia artistica, oltre che dirigendo lei stessa l’atmosfera complessiva del disco.

È undettaglio fondamentaleche sottolinea l’artista, perché riguarda una questione più ampia:l’autorialità nella musica contemporanea, dove chi produce un disco non è necessariamente colui che ne determina ogni scelta e chi presta la propria voce non è necessariamente soltanto un interprete. Tra questi due estremi esiste tutto quello che normalmente non vediamo nei crediti di superficie ovvero l’ascolto,  la selezione, la riscrittura e la direzione degli arrangiamenti, la scelta dei musicisti, la costruzione dell’atmosfera e, soprattutto, quella visione complessiva che permette a materiali diversi di diventare finalmente un’opera. Senza dimenticare quanto importante sia, nei processi creativi lo scambio umano ed energetico.

La denuncia di Erykah Badu

Il caso Badu diventa dunque interessante eprofondamente politicoperchénonsiamo necessariamente davanti a unMatilda Effect intenzionalee nessuno deve per forza aver sottratto qualcosa a qualcun altro, ma può essere sufficiente la forza di un nome e di un ruolo professionale sedimentato negli anni e di un’immagine pubblica che agisce come riflesso condizionato.

È qui che si annida la struttura profondamente monoteistica e patriarcale che ancora governa il nostro immaginario ideologico perché da millenni lasocietà monoteisticahasostituito la pluralità della Grande Madrediffusa, collettiva e generativa con il principiodell’Uno maschileche crea dal nulla e che èunico Padre e unico demiurgoe, allo stesso modo, nell’industria musicale si preferisce ancora pensare che ci sia un unico genio produttore maschio dietro al suono mentre ladonna rimane Musa e Voce e Corpo da guardare. 

Aprendo gli occhi e analizzando la realtà, diviene evidente quanto sia più rassicurante per un sistema patriarcale immaginare Erykah Badu come interprete carismatica di un suono pensato da un uomo, piuttosto che riconoscere in lei la produttrice esecutiva e l’architetta sonora, oltre che la custode di una visione. Quando un producer come The Alchemist entra in un progetto, l’idea che tutto ciò che riguarda il suono appartenga innanzitutto a lui è quasi automatica, mentre quando dall’altra parte c’è una figura come la Badu – da sempre identificata soprattutto con la propria voce – il lavoro apparentemente “invisibile” che avviene dietro e dentro quella voce rischia di essere dimenticato, non per “cattiveria” ma per abitudine culturale e per pigrizia dello sguardo.

Before the World Blowsdiventa così qualcosa di più di una semplice collaborazione tra due personalità musicali, ma un piccolo grande esercizio di giustizia percettiva. 

Pensieriimpegnaticome quelli della Badu ci ricordano che la musica non è soltanto ciò che arriva alle nostre orecchie ma anche tutto ciò che è accaduto prima, in silenzio, in studio: nelle scelte e nelle visioni.Riconoscerepienamentel’autorialitàdi una donna non significa sottrarre merito all’uomo che ha collaborato con lei, ma – finalmente – raccontarel’opera per quella che è: una collaborazione autentica, che ci permette smettere di confondere la voce con l’unico luogo concesso alle donne in una società che ancora fatica a pensare il femminile come origine e non come ornamento. Insomma, ci porta a unamaggiore gentilezza e a un maggiore rispetto. E forse, ne abbiamo bisogno più che mai.

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