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Droges: il futuro suona elettropunk e non chiede permesso

C’è una domanda che vale la pena farsi mentre si ascoltano i Droges: il techno-punk è il futuro della musica?

Dipende cosa intendiamo per futuro, se parliamo di numeri streaming e algoritmi, no. Il futuro della musica è probabilmente iperpop, trap melodica, ambient generata dall’intelligenza artificiale. Roba liscia, digeribile, ottimizzata per trenta secondi di attenzione media. Ma se parliamo di senso, di necessità, di musica che ha qualcosa da dire allora sì, il techno-punk è più futuro di quasi tutto il resto. Perché risponde a un bisogno reale. La gente è arrabbiata. Il divario sociale si allarga, la politica non rappresenta più nessuno, la tecnologia promette connessione e produce isolamento.

In quel contesto una musica fisica, diretta, collettiva e incazzata non è nostalgia, è risposta. C’è un precedente storico che vale la pena ricordare, il punk nasce nel 1977 come reazione alla crisi economica britannica e a un’industria musicale diventata troppo tecnica, troppo lontana dalla strada. Ogni volta che il sistema si inceppa arriva qualcuno che suona forte, semplice e vero.

Droges, in questo senso, non sono un fenomeno di nicchia francese, sono un segnale. L’elettropunk unisce due cose che il mercato tiene separate: il corpo – la techno, il dancefloor – il beat che non lascia scampo, i testi, la politica, la rabbia articolata. Quindi la risposta è questa: non sarà il futuro delle classifiche ma potrebbe benissimo essere il futuro di chi la musica la usa ancora per capire dove sta andando il mondo. Flyby!

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