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Courtney Barnett: quando il caos trova una voce

C’è un’ironia che Courtney Barnett deve aver assaporato a lungo prima di metterla nero su bianco. Dopo cinque anni di silenzio, la cantautrice australiana torna con un disco che si chiama Creature of Habit, creatura dell’abitudine. Peccato che, nel frattempo, nella sua vita non sia rimasta in piedi nessuna abitudine.

Ha lasciato Melbourne, la città che l’aveva cresciuta artisticamente, per Los Angeles. Ha visto chiudere la Milk! Records, l’etichetta che si era costruita da sola più di dieci anni fa, quando ancora nessuno scommetteva su di lei. Si è trovata, in pratica, a dover reimparare da capo come si vive un giorno qualsiasi.
Forse è proprio per questo che ha scelto quel titolo, non per raccontare le abitudini che ha, ma quelle che le sono rimaste addosso come vestiti vecchi: il modo di scrivere una canzone, lo sguardo storto sulle cose, quella capacità, rara, di trovare il dramma nel banale e il banale nel dramma.

Barnett è sempre stata la cronista del quotidiano, quella che da una giornata storta riusciva a tirare fuori un verso memorabile e cambiare continente non le ha cambiato il modo di percepire le cose.


C’è una lezione, in questa storia, che vale anche per chi non scrive canzoni, quando tutto intorno crolla, un lavoro, una città, le persone con cui dividevi il percorso, la tentazione è di pensare di dover ricostruire anche se stessi da zero, ma le abitudini più importanti, quelle che contano davvero, di solito sono le uniche cose che restano in piedi. Non sono la routine che ci viene strappata, sono il modo in cui guardiamo il mondo e quello, se è abbastanza solido, sopravvive ai traslochi, alle etichette che chiudono, ai dischi che tardano cinque anni.


Barnett, alla fine, ha fatto quello che ha sempre fatto, ha preso un pezzo di vita complicata e ne ha tirato fuori qualcosa di onesto. La chiama abitudine, io lo chiamerei carattere.

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